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La Comunicazione

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on . Postato in Le parole della Psicologia | Letto 18491 volte

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comunicazioneLa comunicazione (dal latino cum = con, e munire = legare, costruire e dal latino communico = mettere in comune, far partecipe) nella sua prima definizione è l'insieme dei fenomeni che comportano la distribuzione di informazioni; facciamo riferimento quindi a quella fitta rete di scambi di informazione e relazioni sociali che coinvolgono ogni essere vivente nella vita quotidiana. La comunicazione ha in sé un aspetto sociale e relazionale e, implicitamente, una natura convenzionale e una matrice culturale.

È bene sottolineare che linguaggio e comunicazione non vanno di pari passo: esiste la possibilità di comunicare senza linguaggio ed esiste la possibilità di un uso non comunicativo del linguaggio se, come diceva Platone, “pensare è un dialogo dell’anima”. Nello scambio comunicativo umano si può utilizzare una comunicazione verbale (vocale o scritta) e una comunicazione non verbale (para-linquistica e non vocale).

Quest’ultima riguarda linguaggi silenziosi come quello dei segni, dell’azione, degli oggetti.
Esempi sono l’apparenza fisica, l’abbigliamento, la postura, l’orientamento nello spazio, la mimica facciale, la distanza interpersonale. I canali attraverso cui viaggia l’informazione sono molteplici: visivo, uditivo, olfattivo, tattile, prossemico.

La comunicazione non verbale è molto più autentica di quella verbale, molto più difficile da controllare e lascia filtrare contenuti profondi senza la consapevolezza del soggetto.
Lo studio dello sviluppo comunicativo nel primo anno di vita ha permesso di individuare due importanti transizioni comunicative: la transizione dalla comunicazione non intenzionale alla comunicazione intenzionale e la transizione dalla comunicazione gestuale alla comunicazione verbale.
Il bambino è capace di comunicare i propri desideri e bisogni utilizzando una varietà di gesti e vocalizzi. Il neonato infatti è socialmente responsivo. In particolare, il pianto, il sorriso e l'espressione facciale del piccolo hanno un effetto sulle persone che se ne prendono cura e vengono di norma interpretati come indicatori di disagio, gioia o piacere.

Generalmente si distinguono diversi elementi che concorrono a realizzare un singolo atto comunicativo definiti, tra gli altri, da Paul Grice.
Emittente: è la persona che avvia la comunicazione attraverso un messaggio.
Ricevente: accoglie il messaggio, lo decodifica, lo interpreta e lo comprende.
Codice: parola parlata o scritta, immagine, tono impiegato per "formare" il messaggio.
Canale: il mezzo di propagazione fisica del codice (onde sonore o elettromagnetiche, scrittura, bit elettronici).
Contesto: l'"ambiente" significativo all'interno del quale si situa l'atto comunicativo.
Referente: l'oggetto della comunicazione, a cui si riferisce il messaggio.
Messaggio: è ciò che si comunica e il modo in cui lo si fa.
Fin dai primi mesi di vita l'interazione faccia a faccia tra il bambino e la madre appare caratterizzata da sincronia, contingenza, coordinazione e alternanza di turni. Questa è la fase della comunicazione preintenzionale, in cui il bambino viene trattato come partner comunicativo dall'adulto ma non è ancora tale in forma intenzionale.
Viviamo attraverso il nostro comportamento e ci esprimiamo attraverso il rapporto con gli altri: siamo talmente in interazione che una qualsiasi modificazione di ciascuno di noi comporta una modificazione di tutti gli altri.
La comunicazione intenzionale compare verso la fine del primo anno di vita (9-10 mesi circa) e rappresenta la tappa davvero cruciale dello sviluppo comunicativo del bambino.

Quindi il bambino possiede delle capacità comunicative anche prima di parlare, gli strumenti a sua disposizione sono: il sorriso, i vocalizzi, i gesti. Il sorriso sociale: nei primi giorni di vita il neonato può produrre occasionalmente alcune espressioni facciali che evocano nell’adulto il significato di emozioni come la felicità la rabbia, il disgusto o il dolore. Un esempio è il sorriso endogeno, cioè prodotto spontaneamente durante le fasi di sonno. Dai 3 mesi il sorriso del bambino diventa esogeno, è cioè una risposta sociale selettiva in quanto viene rivolto preferenzialmente alle persone familiari piuttosto che agli estranei e si sincronizza con il sorriso del genitore o dell’adulto familiare diventando così un fenomeno reciproco. Suoni, vocalizzi e lallazione: nelle prime due tre settimana di vita il neonato produce soltanto suoni di natura vegetativa (ruttini, sbadigli, ecc) e suoni legati al pianto. Tra i 2 e i 3 mesi compaiono nuovi suoni (gorgoglii, suoni vocalici) che il neonato ha scoperto per caso e comincia a giocare in modo sistematico con questi suoni. Verso i 6-7 mesi compare la lallazione canonica: il bambino è in grado di produrre sequenze consonante-vocale con le stesse caratteristiche delle sillabe (ad es. da, ma) oppure anche in modalità reduplicata (per es. dada). Verso i 10-12 mesi la maggior parte dei bambini produce strutture sillabiche complesse e lunghe che caratterizzano la cosiddetta lallazione variata (per es. dadu). Sempre a questa età compaiono i primi suoni simili a parole o proto-parole che, pur avendo una forma fonetica identica, assumono un significato specifico quando vengono utilizzate consistentemente in determinati contesti (ad es. il suono nanà prodotto in una situazione di richiesta). Presto il bambino impara ad imitare, pur con errori, qualsiasi parola di due o più sillabe. Gesti comunicativi: tra i 9 ei 12 mesi di vita, il bambino comincia ad utilizzare gesti come mostrare, offrire, dare detti performativi o deittici.

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Essi esprimono una intenzione comunicativa e si riferiscono ad un oggetto/evento esterno, che tuttavia si ricava esclusivamente osservando il contesto. I gesti performativi o deittici sono accompagnati dallo sguardo diretto al destinatario del gesto; in alcuni casi il bambino guarda alternativamente il destinatario e l'oggetto/referente del gesto. Si tratta di segnali distali nel senso che il destinatario del gesto viene messo in azione non meccanicamente, attraverso il contatto diretto, ma attivato a distanza. I gesti deittici vengono utilizzati sia per chiedere l'intervento o l'aiuto dell'adulto (funzione di richiesta) sia per attirare l'attenzione e condividere con l'interlocutore l'interesse per un evento esterno (dichiarazione). A partire dai 12 mesi circa, fanno la loro comparsa i gesti referenziali o rappresentativi. Questi non soltanto esprimono un'intenzione comunicativa ma rappresentano anche un referente specifico, il significato dei gesti referenziali non varia in conseguenza del variare del contesto.

Questi gesti nascono per lo più all'interno di routine sociali o di giochi con l'adulto e vengono appresi prevalentemente per imitazione. Nello stesso periodo, compaiono le prime parole, anch'esse molto legate al contesto e solo man mano si decontestualizzano. Quando il linguaggio verbale comincia a consolidarsi e il vocabolario raggiunge le 50 parole, l'uso dei gesti referenziali diminuisce gradualmente fin quasi a scomparire. Tra gesti comunicativi deittici di particolare interesse è il gesto di indicazione sia perché esso è universale sia perché rappresenta uno dei mezzi più efficaci per comunicare in assenza di linguaggio.

 

Per Approfondimenti:

  • Psicologia generale e dello sviluppo Renzo Canestrari
  • Dizionario di Scienze Psicoogiche Ed.Simone
  • benessere.com
  • wikipedia.org
  • assomensana.it

 

(A cura della dottoressa Alessandra Antonacci)

 

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