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Per una Cultura della Natura

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on . Postato in Natura e Cultura: una riflessione ancora attuale? | Letto 879 volte

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I discorsi sulla non necessità di "padre" e "madre" biologici; le manipolazioni genetiche; la terra distrutta; la preparazione del viaggio su Marte... discutiamone insieme.

Dottoressa Valeria Bianchi Mian

Per una Cultura della NaturaNella foresta al confine tra il Brasile e il Perù, nel folto dell’intreccio verde brillante - verde intenso e intonso, verde di vita - c’è una radura.

L’occhio attento di un drone scandaglia meticolosamente il territorio. Osserva ogni dettaglio dell’ambiente mantenendosi a debita distanza, registra il più piccolo movimento degli oggetti e dei soggetti, strappa il velo dell’ignoto portando alla luce una cultura sconosciuta: capanne, canoe, utensili, uomini, donne, bambini.

“Il gruppo, di cui la FUNAI (Fondazione Nazionale Dell’Indio1) non ha ancora identificato l'origine etnica, vive vicino ai fiumi Juta e Juruazinho, una regione in cui sono stati identificati almeno 11 popoli indigeni isolati, ma si stima che il numero sia più grande e possa raggiungere le 16 comunità.”2

Per le popolazioni tribali, natura e cultura non sono concetti in opposizione ma realtà compartecipi di una stessa ‘identità psichica’; sono elementi di un quotidiano sperimentato e agito nella condivisione dei gesti che si tramandano di generazione in generazione.

È una mentalità ‘integrale’ - integra e globale – quella che regola il vivere quotidiano in un piccolo mondo che è rappresentazione del Tutto per coloro che abitano al centro del villaggio.

La FUNAI è stata fondata da Sydney Possuelo, esploratore e attivista brasiliano, il quale “era stato testimone della morte e delle malattie provocate dalle missioni governative che cercavano di contattare le tribù isolate”. La Fondazione “ha cambiato in modo significativo la politica governativa: la strategia precedente era quella di contattare i gruppi isolati allo scopo di integrarli; ora il mandato è invece quello di proteggere e rispettare il diritto degli Indiani a rimanere isolati.”3

Osservo, provo emozioni forti di fronte alle immagini che scorrono davanti ai miei occhi. Lo sguardo del drone è implacabile. Percepisco il pericolo: la corsa all’oro, la corsa al petrolio, la corsa al turismo, la corsa. Mi rendo conto che per proteggere le tribù isolate occorre conoscere la loro posizione. La tecnologia al servizio della vita, dunque. L’andare a scovare gli ultimi baluardi delle culture tribali per preservarle, non per trasformarle a nostro uso e consumo.

Intervistato per il sito www.legalinet.it, Possuelo non ha dubbi: “L’indio (se costretto a un cambiamento culturale imposto, ndr.) – scandisce – perde la sua autonomia, la conoscenza, libertà, salute, si pone in una posizione che lo fa stare sottomesso ad un sistema sociale, economico, politico, filosofico che non ha costruito, che è a lui estraneo”.

Non ci è più dato di illuderci nella funzione civilizzatrice del bianco nei confronti dell’indio”, scrive l’intervistatore (Marco di Marco). “Quest’idea che, ispirata al positivismo tardo-ottocentesco, fu pure alla base dell’indigenismo brasiliano attraverso l’opera di una nobile figura come quella del Maresciallo Rondon, è stata ampiamente invalidata da decenni di soprusi, di stermini, di distruzione delle culture native e del loro ambiente naturale”.

La cultura del rispetto per le popolazioni indigene. La cultura del preservare la vita, la cultura della natura, ovvero la ri-educazione ecologica - al sentimento vitale.  Come non pensare a Goleman?

La salvaguardia dell’ambiente è una questione di ideologia?” - domanda l’autore ai suoi lettori: “No. Un problema di comportamento? Nemmeno. È un’emergenza cognitiva che minaccia tutti. Solo l’evoluzione del cervello verso l’intelligenza ecologica può salvare la specie umana.4

Possiamo davvero non farne un ‘problema’ sul quale lavorare - a livello individuale e sociale, a livello globale - come ‘educazione alla cultura (e coltura) della nostra specie’?

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Nel villaggio in mezzo alla foresta è mattino e poi è sera. La vita scorre in sintonia con gli astri e con le stagioni. Si fonda sul legame primitivo che fa degli uomini e delle donne elementi armonici al centro del verde, anime e corpi vegetali, animali, umani, un’immagine di quel che noi - metropolitani contemporanei, creature tecnologiche, figli e figlie dello strappo dalla terra, allontanati dall’istinto, affiliati alla neocorteccia - teniamo chiuso a chiave nelle aree antiche della nostra psiche?

Eppure, un film come “Avatar”5 ci ha emozionati un po’ tutti. O sbaglio?

Parto da queste riflessioni ma non andrò poi molto lontano. Voglio restare io stessa all’interno del cerchio per sentire o riascoltare - in “partecipazione mistica” - questa non segreta identità tra natura e cultura.

Discutiamone insieme” è una rubrica trimestrale che curo ormai da un anno insieme a colleghi psicologi psicoterapeuti e medici psichiatri. Partiamo da un tema comune per procedere in cerchio. Dopo aver pensato, scritto, rivisto ognuno la propria parte, ci confrontiamo. “Natura e cultura” è il tema del mese, ed essendo io l’unica donna presente in questa ‘manche’ voglio permettermi più di tutti una scrittura poetica, una pagina d’anima in corpo. Lascio ai colleghi uomini eventuali approfondimenti del caso, anche se, conoscendo i loro interessi, credo che non mancheranno come me di simbolizzazione e alla fine è possibile che ci si ritrovi tutti attorno al falò della natura in armonia con la cultura, del maschile a braccetto con il femminile, del sistema limbico amico della neocorteccia...

Con l’immagine degli indigeni non voglio proporre un ritorno al mito del ‘buon selvaggio’, bensì riportare l’attenzione - per noi contemporanei - sulla necessaria salvaguardia di un qualcosa che nella nostra psiche è vitale. Potrebbe essere un compito culturale il far diventare ‘naturale’ in noi l’ascolto di una saggezza atavica e la valorizzazione di quel che abbiamo dimenticato. Tra i vari progetti che tengo al caldo e covo nella mia mente c’è un lavoro - psicodramma o sociodramma - sui temi dell’ecologia e del rispetto per le culture tribali capaci di mantenere desto il legame uomo-natura.

Sono ancora in vacanza in un paese di mare. Sulla strada che porta alla spiaggia oggi conto tre bottiglie di plastica, sei pacchetti di sigarette vuoti, un contenitore (sempre di plastica), una scarpa rotta, mozziconi in quantità, due bottiglie di vetro infilate tra i cespugli come a volerle nascondere di proposito. Ne ho parlato l’anno scorso nel mio Blog all’interno di questo sito: (link articolo dello scorso anno).

Non è forse questo un esempio di in-civiltà e di mancanza di cultura - e di coltura - di un senso di connessione tra uomo e ambiente, tra Io e Altro? Chi ha compiuto queste azioni, che tipo di messaggio ci rimanda?  Dalla separazione tra noi e la natura che cosa davvero guadagniamo? Non perdiamo la partita, invece? Pieni di entusiasmo, raccontiamo di come tra qualche anno costruiremo una città su Marte e dimentichiamo la Terra sulla quale otto miliardi di umani coabitano. Pensare a quel villaggio di canoe e mani operose mi conforta. Mi offre un respiro di foresta.

“Nella nostra vita civilizzata, abbiamo privato tante idee della loro energia emotiva, finiamo per non rispondere più ad esse in maniera effettiva.”

Ciò che gli psicologi chiamano identità psichica o ‘partecipazione mistica’ è stato tagliato fuori dal mondo della nostra esperienza. [...] Noi lo abbiamo perduto a tal punto che, anche quando ci ritroviamo in sua presenza, non siamo in grado di riconoscerlo. In noi queste cose risiedono al di là della soglia della coscienza: quando tornano ad affiorare insistiamo nel dire che c’è qualcosa che non funziona.6

E abbiamo torto.

Con la scusa del portare cultura (ma quale? la cultura del distruggere, dello sfruttamento), siamo consapevoli di come le popolazioni più vicine alla natura siano state decimate. La storia dell’uomo insegna all’uomo ma presto si impara a dimenticare.

Con la scusa del portare cultura, gli istinti naturali sono stati sedati, soffocati. Basti vedere l’ossessione per la pulizia, per l’igiene, il timore della vitalità nei bambini, i ritmi serrati e organizzati, i canoni secondo i quali molti abitanti di questa epoca vivono la propria esistenza, e fanno vivere anche i più piccoli, un andamento quotidiano che sottomette l’anima all’ordine razionale delle cose. Al contrario, l’imbarbarimento di una buona fetta della popolazione non recupera la natura dell’uomo con coscienza ma la sguinzaglia senza freni soltanto nell’aspetto ferino di se stessa.

Una cultura del rispetto sarebbe dunque necessaria. Recuperare quel che abbiamo perduto somiglia addirittura più al dover conoscere più che riconoscere, ed è come andare a incontrare il nuovo: occorre attenzione e rispetto. Il rischio è quel che Carl Gustav Jung chiama ‘misoneismo’: la paura del nuovo (e dire che nulla sarebbe più antico e prezioso delle culture tribali).

L’infanzia dell’uomo è vicina alla natura, poi subentra l’educazione che dovrebbe portare alla civilizzazione. La vita procede da sé: a volte un sintomo o un desiderio ritornano se non sotto forma di malattie, almeno di possibilità consapevoli. Di coscienza. Nel nostro malessere c’è natura che chiama.

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Mi capita di pensare che la natura intesa come ambiente riprenderebbe anche dopo la distruzione atomica. Da qualche parte nel nostro mondo ci sono pinguini camminano sopra un’isola di plastica.7 Abitano sulla plastica, covano sulla plastica, nascono e muoiono. Si adeguano. Anche il nostro Io autentico si adegua. Ma a che prezzo?

Un villaggio tribale ha sede nella psiche profonda degli uomini e delle donne. Le luci dell’alba lo illuminano. Sta a noi farlo vivere e rivivere nonostante tutto, e trasmetterlo agli altri, ai figli e ai nipoti. Possiamo entrare nella foresta, sederci intorno al fuoco e rivitalizzare la parola, coltivare la cultura del senso.

 

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Note

[1]  https://www.survival.it/su/funai

[2] https://www.ilgazzettino.it/esteri/brasile_tribu_drone-3930868.html

[3] https://www.survival.it/su/funai

[4] Daniel Goleman, “L’intelligenza ecologica”, Milano, BUR, 2010

[5] Il film di James Cameron è del 2010 - https://www.lastampa.it/2010/04/12/societa/cameron-vola-in-amazzonia-e-questa-la-nostra-avatar-dNBQ8cyjRHcLaevTcvO7mO/pagina.html

[6] Carl Gustav Jung, “L’uomo e i suoi simboli”, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1990 – pagina 49 - Lucien Lévy-Bruhl

[7] https://www.wwf.it/pinguini_isola_plastica.cfm

 

 

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Tags: natura

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