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Sindrome di Stoccolma

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Con l'espressione Sindrome di Stoccolma si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica

Sindrome di StoccolmaIl soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all'innamoramento e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice.

Molto spesso la Sindrome di Stoccolma può essere rintracciata nelle situazioni di violenza sulle donne, negli abusi sui minori e nei sopravvissuti ai campi di concentramento.

La comparsa di tale sindrome è direttamente dipendente dalla personalità del sequestrato: più esso ha un carattere forte e dominante, meno sarà predisposto a manifestarla.

Questa sindrome infatti sorge in personalità non ben strutturate, poco solide, come quelle soprattutto di bambini o adolescenti.
Nelle situazioni in cui il rapimento si effettua su questi soggetti delicati, magari per avere ‘uno schiavo o schiava`, il rapitore cerca di depersonalizzare la vittima, attraverso una sorta di `lavaggio del cervello`, la convince che nessuno dei suoi cari si interesserà di lui, e che solo il carceriere lo curerà e gli starà accanto.

Origine del nome

Nell’agosto del  1973 due detenuti evasi dal carcere di Stoccolma (Jan-Erik Olsson di 32 anni e Clark Olofsson, 26 anni) tentarono una rapina alla sede della "Sveriges Kredit Bank" di Stoccolma e presero in ostaggio quattro impiegati (tre donne e un uomo).

La prigionia e la convivenza forzata di ostaggi e rapinatori durò quasi sei giorni, al termine dei quali i malviventi si arresero e gli ostaggi furono rilasciati senza che fosse eseguita alcuna azione di forza e senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte dei sequestratori.

La vicenda conquistò le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Durante la prigionia, come risulterà in seguito dalle interviste psicologiche (fu il primo caso in cui si intervenne anche a livello psicologico su sequestrati), gli ostaggi temevano più la polizia che non gli stessi sequestratori.

Nel corso delle lunghe sedute psicologiche cui i sequestrati vennero sottoposti, si manifestò un senso positivo verso i malviventi che "avevano ridato loro la vita" e verso i quali si sentivano in debito per la generosità dimostrata.

Proprio questo paradosso psicologico prende il nome di “Sindrome di Stoccolma” , termine coniato dal il criminologo e psicologo Nils Bejerot. Una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma creatosi con l'essere "vittima".

Come si manifesta la Sindrome di Stoccolma

Benché a livello cosciente si possa credere che, in una situazione di sequestro, il comportamento più vantaggioso per il sequestrato sia “farsi amico” il sequestratore, in realtà la “Sindrome di Stoccolma” non deriva da scelta razionale, bensì si manifesta come riflesso automatico, legato all’istinto di sopravvivenza.

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Nella fase iniziale la persona rapita sperimenta uno stato di confusione e di terrore per la situazione che gli viene imposta e reagisce come può all'estremo stato di stress cui è sottoposto: una delle prime reazioni, rifugio psicologico primitivo, ma emotivamente efficace, è la “negazione”. Per sopravvivere la mente reagisce tentando di cancellare quanto sta avvenendo.

Altra reazione possibile è la perdita di sensi (indipendente dalla volontà cosciente) o il sonno.

Solo dopo qualche tempo l'ostaggio comincia a realizzare, ad accettare e a temere la propria situazione, ma trova un'altra valvola di sicurezza nel pensare che non tutto è perduto poiché presto interverrà la polizia per salvarlo.
La certezza di una salvezza “garantita” dall'Autorità, aiuta l'ostaggio nella propria difesa mentale, ma più passa il tempo senza che accada nulla - ed in casi simili è facile perdere la cognizione del trascorrere dei minuti e delle ore -, più l'ostaggio, automaticamente, tende inconsciamente a rinnegare l'autorità costituita che è diventata per lui, di fatto, una incognita.

Più passa il tempo, più la vittima inizia a sentire la propria vita direttamente dipendente dal carnefice e, convincendosi di poter evitare la morte, sviluppa un meccanismo psicologico di totale attaccamento verso di lui.
Ha inizio quindi il processo di immedesimazione, o di “identificazione”, con il carceriere: la vittima si identifica con il carnefice comprendendo le motivazioni per cui agisce, arrivando persino a tollerare senza troppa fatica le sue violenze, in quanto mosse da solide ragioni.

Insomma, per garantirsi la grazia del suo aguzzino, la vittima elimina inconsapevolmente ma in modo conveniente, dalla sua mente il rancore nei suoi confronti.
In questa condizione il rapitore avrebbe meno motivi per scatenare la sua violenza contro la vittima.
In effetti, è stato riscontrato che la sindrome di Stoccolma favorisce la sopravvivenza del rapito riuscendo a creare un feedback positivo da parte dell'aggressore.

Tutti gli ostaggi sottoposti ad interviste psichiatriche a seguito di esperienze del genere, hanno inoltre dichiarato di aver “approfittato” dell'occasione per fare un resoconto della propria vita; tutti hanno giurato a se stessi di cambiarla in meglio una volta terminata la brutta avventura, quasi che quest'ultima costituisse lo spartiacque tra la “vecchia” vita ed una “rinascita” a vita nuova, completamente avulsa ed indipendentemente dalla precedente.

La sequenza degli stati emotivi di un ostaggio, qundi, potrebbe essere schematizzata come segue:

  1. Incredulità;
  2. Illusione di ottenere presto la liberazione;
  3. Delusione per la mancata, immediata, liberazione da parte dell'autorità;
  4. Impegno in lavoro fisico o mentale;
  5. Rassegna del proprio passato.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la prima esperienza che accomuna tutti coloro che cadono sotto l'”effetto della sindrome”, è il contatto positivo con il carceriere. Tale contatto non deriva tanto dal comportamento materiale del carceriere, bensì da ciò che questi potrebbe fare e NON fa (percosse, violenza carnale, maltrattamenti in genere etc.).

Tuttavia, alcuni ostaggi feriti dai propri carcerieri, hanno ugualmente sperimentato lo stato di “sindrome” poiché si sono convinti che le violenze patite, le ferite riportate, si erano rese necessarie per tenere sotto controllo la situazione o, ancor più, erano giustificate da una loro reazione o resistenza.

Quando finisce la Sindrome?

La sindrome può avere durata variabile e gli effetti psicologici più comuni sono: disturbi del sonno, incubi, fobie, trasalimenti improvvisi, flashback e depressione che possono essere curati farmacologicamente e in accostamento ad un percorso psicoterapeutico.

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Molti sequestrati, che hanno provato la "sindrome", hanno dichiarato di soffrire di incubi ripetitivi in cui i loro sequestratori, fuggiti o comunque liberi, ripetevano i fatti precedenti, ma questo non sempre corrispondeva ad una diminuzione del legame positivo che si era instaurato a suo tempo.

Alcune vittime di sequestri, che esperirono questa sindrome, a distanza di anni sono ancora ostili alla polizia.
Le vittime della rapina alla Kreditbank di Stoccolma per lunghissimi anni si sono recate a far visita ai propri carcerieri, ed una di esse ha sposato Olofsson.

Altre vittime hanno iniziato a raccogliere fondi per aiutare i propri ex-carcerieri e molte si sono rifiutate di deporre in tribunale contro i sequestratori, o anche solo di parlare con i poliziotti che avevano proceduto all'arresto.

Di questa sindrome sono stati citati celebri casi durante la storia dei sequestri, ne parlano i film, telefilm e famosi cantanti.

Nonostante le conseguenze psicologiche, la sindrome di Stoccolma non è considerata una patologia clinica.


Per Approfondimenti:

  • Wikipedia.org
  • tantasalute.it


(a cura della Dottoressa Sara D’Annibale)

 

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Tags: violenza innamoramento sopravvivenza dipendenza psicologica dipendenza affettiva vittima aggressore Sindrome di Stoccolma carnefice sottomissione volontaria negazione identificazione

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