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Il Test del Villaggio come tecnica terapeutica

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La ripetizione e la trasformazione nello spazio e nel tempo

Il Test del Villaggio come tecnica terapeuticaIl test del Villaggio è composto da un kit di 200 pezzi di legno colorato raffiguranti edifici (case, negozi, chiesa, castello), elementi della natura (persone, animali, alberi), e altri più o meno connotati (mezzi di trasporto, fontana, cilindro, cubo, assicelle, parallelepipedi): spetta al soggetto decidere come interpretarli e come utilizzarli. Il test può essere somministrato ai bambini, agli adolescenti, agli adulti, alle coppie, alla coppia genitore-bambino, alla famiglia, ai gruppi (corpo-docente, gruppi di formazione, gruppi di lavoro nelle aziende, ecc.).

La consegna prevede di costruire un villaggio su un tavolo (si utilizza una sovratavola – plateau – di compensato della misura di 120 x 74 cm, appoggiata su un qualsiasi tavolo). Al termine della costruzione è prevista un’inchiesta a domande libere per cogliere meglio nei dettagli ciò che è stato costruito. Soprattutto con i bambini può essere utile chiedere loro di raccontare una storia sul villaggio.

La configurazione finale che il soggetto dà al villaggio riflette la sua organizzazione interna, i confini del Sé, la frontiera fra interno ed esterno, i suoi meccanismi di difesa, come egli abita il suo corpo, il suo vissuto circa il proprio posizionamento nel mondo, nonché l’estensione del suo raggio d’azione nel mondo. Ci dà, inoltre, informazioni sugli aspetti affettivo-pulsionali e relazionali del soggetto.

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Una delle modalità attraverso cui può essere declinato il Test del Villaggio, è quella “iterativa”, ovvero la ripetizione a più riprese dello strumento nel contesto psicoterapeutico, come supporto del percorso terapeutico stesso, e come insieme di fotogrammi a comporre il film della storia terapeutica del paziente, per delinearne il processo.

Dobbiamo a Mucchielli (1960) l’intuizione che la ripetizione di più villaggi potesse contribuire ad un lavoro di psicoterapia; mentre a Denis (1990) riconosciamo l’elaborazione di un metodo originale, il Villaggio immaginario iterativo, che ha permesso di precisare e validare le caratteristiche del test di Mucchielli.

Nel corso dell’ultimo decennio ho sperimentato in maniera iterativa il Test del Villaggio, traendone spesso delle informazioni molto interessanti (Bosco, Grandi, 2014; Bosco, 2018).

Sono almeno quattro le modalità attraverso cui ripropongo il Test del Villaggio allo stesso soggetto:

  • nel corso della stessa seduta, permettendo al soggetto – una volta terminati la costruzione, l’inchiesta e il racconto della storia – di modificare il proprio villaggio. In questi casi, potremo far rientrare sia la piccola modifica che la trasformazione completa del villaggio, e consideriamo la configurazione finale come un nuovo villaggio, o come lo stesso che si è modificato nello spazio e/o nel tempo. Ad esempio, il paziente può raccontare che, dopo dieci anni, il villaggio si è ampliato e ha inglobato e antropizzato parti prima vuote o destinate a bosco; questo magari ad indicare la potenziale capacità del soggetto di aprirsi a nuove conquiste e alla possibilità di aumentare il proprio raggio di azione nel mondo. Ciò suggerisce che il villaggio può indicare delle trasformazioni potenziali al soggetto stesso, anticipandogliele e permettendogli di vederle, prima che queste si concretizzino;
  • nel corso di una presa in carico psicoterapeutica medio-lunga, a distanza di 6 o 12 mesi l’uno dall’altro (in qualche caso, anche a distanza più ravvicinata), per cogliere le eventuali modifiche di struttura e contenuto, del processo di costruzione, del racconto effettuato dal soggetto, e metterle in relazione con le trasformazioni in atto nel suo mondo interno e nella relazione con il suo ambiente di vita. In questo caso, riprendendo il precedente esempio, la trasformazione del villaggio a distanza di un anno dal precedente, può indicarci di un cambiamento che è già in essere nel soggetto e che sta già avendo luogo concretamente nella sua vita;
  • nell’ambito di alcune sedute consecutive, conservando il villaggio costruito e invitando il paziente a modificarlo nella seduta successiva (e così via, potenzialmente per diverse sedute, fino a quando riteniamo esaurito un determinato filone di lavoro). Per questa modalità di lavoro, occorre avere un luogo ove porre la sovratavola, al fine di non toccare il villaggio fino alla seduta successiva con quel soggetto. Proseguendo con il nostro esempio, in questo caso, laddove se ne rilevi l’opportunità, può essere il terapeuta che – fungendo da Io ausiliario – invita il paziente ad ampliare il proprio villaggio e a cogliere le differenze nel modo di vivere degli abitanti; oppure può essere il soggetto che, sull’onda di una storia a puntate, racconti le vicende di un popolo o di alcuni personaggi e descriva il villaggio che si trasforma nel tempo e nello spazio. Qui osserviamo come il Test del Villaggio, cessi di essere mero test, e diventi vera e propria tecnica psicoterapeutica (come ad es. la Sand Play Therapy, la Play Therapy non direttiva, il Disegno Narrativo Condiviso, ecc.), laddove attraverso la relazione con il terapeuta e con il materiale, attraverso la storia che viene raccontata, il soggetto lavora sul proprio mondo interno, raggiungendo insight, consapevolezza, possibilità di trasformazione profonda (Bosco, Grandi, 2014);
  • assecondando una richiesta del soggetto, che desidera riutilizzarlo. Non è raro che, soprattutto i bambini, nel corso del tempo, richiedano di utilizzare il materiale del Villaggio. In alcuni casi, lo ripropongo in maniera formale, come descritto sopra; in altre situazioni lo propongo in maniera informale, ad esempio a terra (senza il plateau), consentendo di estendersi in tutta la stanza e di utilizzare anche oggetti che non fanno parte del kit (animali di plastica, robot, pupazzi, pongo per creare qualcosa ex novo, fogli grandi su cui disegnare strade, laghi, montagne, ecc.). Ho chiamato questa particolare forma di utilizzo del materiale “Gioco del Villaggio” (ibidem).

Nelle figg. 1 e 2 vediamo rappresentati i due villaggi costruiti da G., rispettivamente ad 11 e 12 anni. Come si può osservare, il primo villaggio, costruito durante una delle prime sedute, appare piuttosto povero, con scarso utilizzo di materiale strutturato, pochissime case, e scarsa integrazione fra di esse. Nel secondo villaggio, dopo un anno di psicoterapia, vi è un maggiore utilizzo del materiale strutturato, con un utilizzo del criterio gestaltico della vicinanza, che nel primo villaggio era assente. Dunque, pare esserci un tentativo, ancora informale e primitivo, rispetto all’età di G., di pervenire ad una forma, di darsi una forma, cogliendo la propria organizzazione.

Rimangono invariate alcune caratteristiche tra il primo e il secondo villaggio. I recinti con gli animali, che anzi nel secondo sembrano farsi ancora più piccoli e angusti. Gli animali sembrano rappresentare gli aspetti affettivo-pulsionali che G. tiene ancora ben serrati, attraverso numerosi meccanismi di difesa. In questa fase della terapia, sembra essere prevalente la costruzione di basi strutturali più solide, mentre la possibilità di aprirsi davvero al mondo e mostrare anche la sua parte affettivo-pulsionale, sembra poter avvenire solo in un secondo tempo, dopo essersi rinforzato, strutturato.

Immagine1 Il Test del Villaggio come tecnica terapeutica

Fig. 1. Villaggio di G. a 11 anni

Immagine2 Il Test del Villaggio come tecnica terapeutica

Fig. 2. Villaggio di G. a 12 anni

Nelle figg. 3 e 4 osserviamo i villaggi costruiti da M., rispettivamente a 10 e 11 anni. Qui possiamo notare come vi sia stato nel corso di un anno di psicoterapia un cambiamento profondo del suo modo di essere, sentirsi e rappresentarsi. Da una estrema rigidità e dall’utilizzo ultrarazionale e difensivo di linee angolari e spezzate, in uno schema che sembra chiudersi in stesso, collassando nella zona centrale del tavolo, ad una configurazione più morbida e armonica, che si espande sul tavolo, che trova finalmente e con consapevolezza il proprio spazio nel mondo.

Nell’angolo in alto a sinistra in entrambi i casi M. rappresenta qualcosa di significativo: nel primo, una rampa di lancio con un razzo in posizione di partenza; sembra rappresentare ciò che potenzialmente prenderà il volo verso l’alto nel secondo villaggio, con il razzo che ha ormai preso il volo, ed è posto sopra diversi parallelepipedi incolonnati, ad una altezza di 40 cm. La spinta verso l’alto, a maggior ragione nell’Area Paterna, sembra rappresentare il desiderio di crescere, di identificarsi con l’adulto, di sentirsi grande.

Ciò che nel primo villaggio era potenziale, ma incuteva anche un certo timore, ovvero il proiettarsi verso il futuro con coraggio e determinazione (area destra completamente vuota), viene realizzato nel secondo villaggio, dove la meta – il castello – sembra per M. rappresentare l’agognata identificazione col maschile adulto. Ora pare costituire una trinità con il padre e il fratello maggiore (corpo centrale del castello e due torri), svalutando molto la madre, quando a causa della separazione dei genitori, egli doveva stare con lei, ed al contrario idealizzando la figura paterna (possiamo interpretare così anche il fallico obelisco posto in quell’area) e formando un gruppo cameratesco maschile, che gioca e si diverte (Play Station, stadio, gite, ecc.).

Immagine3 Il Test del Villaggio come tecnica terapeutica

Fig. 3. Villaggio di M. a 10 anni

Immagine4 Il Test del Villaggio come tecnica terapeutica

Fig. 4. Villaggio di M. a 11 anni

Due aspetti interessanti sembrano emergere dai villaggi dei soggetti preadolescenti: una spinta verso destra, che rappresenta il mondo sociale, l’altro da Sé, ma soprattutto lo sganciarsi dalla sfera di influenza genitoriale; e al contempo, un tentativo di distaccarsi dalla propria immagine di bambino, dal proprio Sé infantile, per proiettarsi verso l’adolescenza. Osserviamo spesso, dunque, preadolescenti lasciare la parte sinistra del tavolo vuota. Come a non volere prendere in considerazione, omettendola, ciò che essa rappresenta: il mondo originario, ciò da cui proveniamo, il nido, i genitori, l’infanzia. Oppure, la censurano o la nascondono in vari modi, ad esempio destinandola ad elementi della natura: il bosco che nasconde, ove vivono animali che possono rappresentano la parte meno evoluta e selvatica di sé, oppure il “giardino dell’infanzia” relegato nel passato e quasi disconosciuto. O ancora, mare o montagna dai quali, quasi mitologicamente,  proveniamo, ma dalla cui origine essi si discostano, quasi sdegnati.

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In G. vi è ora una maggiore occupazione dell’area centrale e destra, segno che sta vivendo con maggiore presenza il suo tempo, ma che è anche proiettato al futuro.

In M. la presa di distanza col mondo infantile, non solo è evidente dallo spostamento tra sinistra e destra, dal primo al secondo villaggio, e dalla meta finale del castello, attraverso cui sembra poter conquistare la patente di “grande”; ma anche dal muro di cinta che costruisce fra il bosco e il villaggio, che invece non compariva nel primo villaggio.

Nelle figg. 5 e 6 illustriamo la possibilità fornita al soggetto (una donna di 40 anni) di modificare il proprio villaggio, subito dopo l’inchiesta ed un primo confronto con il terapeuta (con gli adulti, nell’ambito di una seduta lunga, effettuiamo insieme l’analisi del villaggio).

Osserviamo come il soggetto, intervenendo sul villaggio, abbia dato maggiore respiro alla configurazione finale; come l’abbia reso più arioso, e con ciò si sia presa più spazio internamente ed esternamente, dandosi la possibilità di immaginare di poter vivere in un mondo interno ed esterno che non sia eccessivamente pieno (di emozioni poco elaborate, di impegni lavorativi, di oggetti acquistati compulsivamente, ecc.). La sensazione un po’ claustrofobica, di ranghi serrati, del primo villaggio, cede il passo, all’apertura, come una bocca che prende finalmente fiato, dopo aver vissuto a lungo in apnea.

Immagine5 Il Test del Villaggio come tecnica terapeuticaFig. 5. Villaggio di P. (prima versione)

Immagine6 Il Test del Villaggio come tecnica terapeuticaFig. 6. Villaggio di P. (seconda versione)

 

Bibliografia

 

Articolo a cura del dott. Luca Bosco, psicologo, psicoterapeuta,
autore dei volumi La tecnica del villaggio nella psicoterapia infantile (2014)
e I luoghi del Sé. Il Test del Villaggio. Applicazioni del Metodo Evolutivo-Elementale dall’infanzia all’età adulta (2018)

 

 

 


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Tags: test del villaggio luca bosco

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