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Teoria dell'attaccamento, funzione riflessiva e disturbo narcisistico di personalità

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Studi recenti hanno evidenziato la relazione intercorrente fra stile di attaccamento e disturbo narcisistico di personalità con una particolare attenzione sull'eventuale relazione tra narcisismo e funzione riflessiva.

Teoria dell'attaccamento funzione riflessiva e disturbo narcisistico di personalitàLa teoria dell'attaccamento di John Bowlby si è posta sino ad oggi come convincente paradigma teorico grazie al quale poter comprendere la psicopatologia della personalità.

L'interesse per la ricerca sull'attaccamento nel mondo degli adulti è fiorito negli ultimi anni; tuttavia, data la rilevanza della teoria dell'attaccamento per lo studio delle struttura e organizzazione della personalità, la ricerca iniziale sugli adulti ha riguardato principalmente il normale funzionamento della personalità.

Vi è stata anche una notevole enfasi sulla ricerca della trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento. Mentre la ricerca sul disturbo generale di personalità ha trovato associazioni con lo stile di attaccamento insicuro, è solo di recente che i ricercatori hanno iniziato ad applicare i costrutti legati all'attaccamento a specifiche tipologie di personalità, sebbene principalmente per il disturbo borderline di personalità.

Finora, molto poco è stato scritto sui modi in cui la ricerca sull'attaccamento può essere integrata con studi empirici sull'attaccamento della personalità narcisista.

La teoria dell'attaccamento

La teoria dell'attaccamento postula un bisogno umano universale di formare relazioni strette e significative.

Secondo John Bowlby, autore della teoria, il bambino nasce con una predisposizione biologica volta a formare stretti legami emotivi con gli altri significativi.

Da una prospettiva evolutiva, il sistema di attaccamento garantisce principalmente protezione fisica al bambino che si trova in uno stato di vulnerabilità.

Secondo la teoria dell'attaccamento, questa funzione originale va ad inscriversi in un ruolo molto più complesso della semplice relazione di attaccamento, in quanto si pone come primo e più importante regolatore dell'esperienza emotiva.

Poiché gli umani non hanno la capacità innata di regolare la propria emotività, il bambino impara a cercare l'aiuto del caregiver in un momento di eccitazione emotiva al fine di ristabilire l'equilibrio.

Nel tempo queste esperienze con il caregiver si aggregano in sistemi di rappresentazione che Bowlby definì modelli operativi interni (MOI).

Fonagy e Bateman (2008) hanno elaborato questo modello delineando quattro sistemi rappresentazionali mentali implicati nell'attaccamento:

  • aspettative di attributi interattivi dei caregiver creati nel primo anni di vita e successivamente elaborati;
  • rappresentazione di eventi mediante le quali sono presenti ricordi generali e specifici relativi all'attaccamento;
  • memorie autobiografiche grazie alle quali eventi concettuali possono entrare in rapporto con una narrativa personale continua che favorisce la comprensione del Sè;
  • comprensione delle caratteristiche psicologiche delle altre persone e differenziazione delle caratteristiche del Sè.

Pertanto, gli individui si avvicinano al mondo interpersonale con un complesso insieme di assunzioni che è stato in gran parte modellato dalle esperienze familiari precoci e sono quindi generalizzabili alle future relazioni adulte.

La ricerca sull'organizzazione degli attaccamenti alla base del narcisismo

Funzionalmente, l'attaccamento ed il narcisismo possono essere entrambi concettualizzati come sistemi coinvolti nel regolare l'esperienza emotiva.

Ulteriori componenti teoriche implicano modelli affettivi e cognitivi condivisi per uno sviluppo e funzionamento sano e/o patologico.

L'attaccamento, tuttavia, è più saldamente radicato in un modello di deficit dello sviluppo, sottolineando il ruolo del caregiver nel ristabilire l'equilibrio emotivo.

Quindi, l'enfasi della teoria dell'attaccamento è sulla diade interpersonale e la sua rappresentazione, ossia come il caregiver è concettualmente ritratto e vissuto come separato dal sé.

Al contrario, le principali concezioni teoriche del narcisismo si concentrano su aspetti del sé uniti o indifferenziati, o, come indicato nella Teoria Strutturale, l'Io presenta un'organizzazione patologica (Kernberg, 1998).

Sebbene i rapporti tra fenomenologia narcisistica e stili di attaccamento degli adulti sono stati proposti sia a livello teorico che clinico, esiste poca ricerca empirica che conferma questo collegamento.

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È quindi altamente rilevante raccogliere prove empiriche sul livello di compromissione del funzionamento della personalità – sé e interpersonale - di individui che esibiscono il carattere narcisistico patologico.

Solo uno studio, condotto da Brennan e Shaver (1998) ha confrontato tutti i disturbi di personalità classificati con gli stili di attaccamento. Gli autori hanno utilizzato un numero abbastanza grande di partecipanti (N=1407), per lo più adolescenti e giovani adulti, per esplorare le connessioni tra stili di attaccamento e disturbi della personalità per determinare se i due tipi di variabili condividono una struttura sottostante comune.

In tutti i 13 disturbi di personalità, i loro risultati indicavano una sostanziale sovrapposizione tra stile di attaccamento e disturbo di personalità.

Individui con attaccamento sicuro avevano quasi il doppio delle probabilità di non presentare un disturbo di personalità. (75% Vs 38,8%).

In un'altra ricerca, Dickinson e Pincus (2003) analizzarono il narcisismo seguendo due componenti - grandioso e vulnerabile - scoprendo che il narcisismo vulnerabile era associato maggiormente alla presenza di uno stile di attaccamento ansioso-ambivalente e un disturbo di personalità evitante.

Tuttavia, hanno anche scoperto che la maggioranza del gruppo grandioso presentava uno stile di attaccamento sicuro, e solo una minoranza di essi presentava uno stile di attaccamento ansioso-evitante.

In uno studio simile, Smolewska e Dion (2005) hanno condotto un'analisi di correlazione per esplorare la relazione multivariata tra narcisismo overt e covert da una parte, e le dimensioni di ansia ed evitamento dell'attaccamento, dall'altra.

Per una chiarezza espositiva, il narcisista Overt è descritto come grandioso, arrogante, sfruttatore ed invidioso; al contrario, quello Covert è esteriormente modesto e più inibito, mentre segretamente nutre grandi aspettative per sé stesso e gli altri (Gabbard, 1989).

In modo consistente con i risultati di Disckinson e Pincus, le loro analisi hanno indicato che, la correlazione maggiore esisteva tra il narcisismo covert (vulnerabile) e stile di attaccamento ansioso, mentre quella tra narcisismo overt e attaccamento ansioso-evitante era insignificante.

Una modalità di interpretazione dei risultati trovati in entrambi gli studi è che le personalità grandiose negano l'angoscia interpersonale data la loro tendenza a evitare le difficoltà interpersonali.

In effetti, questa mancanza di interesse ed intuizione dell'impatto che questi individui hanno sugli altri, è ciò che Gabbard ha etichettato “narcisisti ignari” (Oblivious Narcisists, 1989).

Allo stesso tempo, le teorie prominenti del narcisismo grandioso suggeriscono che, clinicamente, non si possono operare generalizzazioni, in quanto il disordine presenta diversi livelli di gravità.

I casi più lievi presentano sintomi che possono essere trattati senza uno sforzo di modifica o risoluzione della loro struttura di personalità narcisistica, mentre, all'altra estremità dello spettro, la sindrome di narcisismo maligno include, oltre al disturbo narcisistico di personalità, un grave comportamento antisociale, tendenze paranoiche significative e aggressione auto-etero diretta (Kernberg, 2009).

In breve, le difficoltà di attaccamento sono state largamente associate ad una maggiore presenza di disturbi psichiatrici in pazienti con disturbi di personalità.

Inoltre, il nuovo approccio alla valutazione del disturbo narcisistico di personalità proposta nel DSM-5 sposta l'attenzione sulla valutazione delle menomazioni fondamentali del paziente nel funzionamento interpersonale ed autonomo.

Pertanto, la direzione futura della ricerca sarà quella di provare a stabilire i correlati di attaccamento dei diversi sottotipi di narcisismo al fine di contribuire alla comprensione teorica del disturbo e ampliare, conseguentemente, la sua utilità clinica.

Funzione riflessiva e narcisismo

Nell'ultimo decennio, la mentalizzazione è diventata un concetto teorico centrale per lo studio dello sviluppo della personalità e della patologia.

Il suo concetto di ricerca corrispondente, denominato “Funzione Riflessiva”, è stato impiegato per misurare la qualità della capacità di mentalizzazione nel contesto di specifiche narrative di attaccamento.

Quando si parla di funzione riflessiva si fa riferimento “all'acquisizione evolutiva che permette al bambino di rispondere non solo al comportamento degli altri, ma anche alla sua concezione dei loro sentimenti, credenze, speranze, aspettative, progetti. E' ciò che permette al bambino di leggere la mente delle persone.” (Fonagy & Target, 1997).

La letteratura esistente sulla funzione riflessiva e la psicopatologia della personalità riguarda principalmente le implicazioni per la diagnosi e trattamento del disturbo borderline di personalità.

Sebbene la patologia narcisista condivida alcune basi concettuali con il suddetto disturbo, dati empirici specifici sulla funzione riflessiva e le espressioni di personalità narcisista potrebbero rivelarsi essenziali per la comprensione e trattamento del disturbo.

Nel suo ampio lavoro sulle origine biopsicologiche della regolazione affettiva, Allan Schore (1994) ha suggerito che i pazienti con disturbo narcisistico di personalità mancano di “accesso alla rappresentazione simbolica che può eseguire importanti funzioni lenitive e riparative codificate nella memoria evocativa. Loro non possono eseguire una modalità reciproca di controllo autonomo e la loro capacità di autoregolazione dell'affetto è fondamentalmente compromessa”.

Fonagy, Gergely, Jurist e Target (2002) hanno quindi cercato di costruire la loro teoria della mentalizzazione coniugando la genetica e l'ambiente, suggerendo che “è il modo in cui viene vissuto l'ambiente che funge da filtro per l'espressione del genotipo in fenotipo”.

Per quanto riguarda l'eziologia della patologia narcisista, Fonagy e colleghi assumono la seguente struttura speculare come predisponente un bambino al disturbo narcisistico di personalità: “Quando il rispecchiamento degli affetti è opportunamente segnato ma non contingente, in quanto l'emozione del bambino è mal percepita dal caregiver, il bambino vivrà l'emozione dell'altro come suo stato emotivo primario. Tuttavia, poiché questo stato speculare è incongruente con il reale sentimento del bambino, la rappresentazione secondaria creata sarà distorta. Il bambino etichetterà erroneamente lo stato emotivo primario, costituzionale. La rappresentazione di Sè non avrà legami stretti con lo stato emotivo sottostante. L'individuo può trasmettere un'impressione di realtà, ma poiché lo stato costituzionale non è stato riconosciuto dal caregiver, il sé si sentirà vuoto perchè riflette l'attivazione di rappresentazioni secondarie di affetti privi delle corrispondenti connessioni all'interno del Sè costituzionale”.

Secondo questi teorici, il mancato sviluppo della mentalizzazione li porterebbe ad usare “strategie di controllo e manipolative per ridare coerenza al loro senso di sè”.

In questi senso, l'inibizione difensiva della mentalizzazione diventa evidente nella presentazione fenomenologica del narcisista grandioso.

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Un recente studio condotto da Fan et al. (2011) ha cercato di studiare la correlazione tra due concetti: la diminuzione della risonanza affettiva (chiamata 'empatia') e la presenza di bassi e alti tratti di narcisismo.

I dati psicologici e di neuroimaging indicano livelli più elevati di alessitimia e disattivazione dell'insula in situazioni che richiamano l'empatia in soggetti altamente narcisistici.

Tuttavia, mentre l'empatia e la mentalizzazione condividono alcune basi concettuali, i due costrutti si sovrappongono solo parzialmente.

Entrambi implicano l'apprezzamento degli stati mentali negli altri, eppure l'empatia è principalmente focalizzata in modo affettivo e orientata verso l'altro, mentre la mentalizzazione è anche un'abilità cognitiva che è egualmente orientata sia al Sè che all'altro.

Dimaggio e colleghi (2008) hanno esplorato l'esperienza soggettiva di pazienti narcisisti attraverso l'analisi delle trascrizioni delle sedute di psicoterapie e hanno scoperto che gli stati mentali dominanti dei pazienti erano caratterizzati da sfiducia verso gli altri e sentimenti di essere esclusi o danneggiati.

I dati sembrano quindi sostenere l'ipotesi che una disattivazione o soppressione del processo di mentalizzazzione abbia luogo durante gli stati mentali negativi.

Gli autori osservano che, in particolare, “l'eccitazione spiacevole può così portare alla rabbia, con la persona narcisista che percepisce che l'altro ha causato loro sofferenza; a sua volta, questa condizione mentale pregiudica la loro percezione che quest'ultimo è ostile e rifiutante”.

Per questo motivo, la qualità della funzione riflessiva potrebbe servire come indicatore prezioso per una migliore distinzione tra espressioni narcisistiche adattive e non adattive.

In una recente pubblicazione di Bender, Morey e Skodol (2011), viene sottolineato che il livello di funzionamento della personalità dipende molto dalla capacità di mentalizzare.

Aggiungono che “in particolare, menomazioni nella funzione di mentalizzazione rendono difficile creare, mantenere e usare rappresentazioni interne stabili di sé e dell'altro”.

Inoltre, problemi con la capacità di mentalizzare sono stai identificati come particolarmente rilevanti negli stati narcisisti e borderline, considerando l'associazione di queste patologie con difficoltà nell'integrare più prospettive di sé e dell'altro.

Pertanto, data la natura limitata della relazione tra struttura di personalità narcisista e capacità di mentalizzazione, è necessaria ulteriore ricerca per convalidare questi risultati in campioni clinici e non clinici.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

Bibliografia

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  • Smolewska, K., & Dion, K. L. (2005). Narcissism and adult attachment: A multivariate approach. Self and Identity, 4, 59–68.

 

 

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Tags: narcisismo stile di attaccamento funzione riflessiva attaccamento disturbo narcisistico di personalità

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